Underworld

Gli Underworld non deludono mai, e questo - in un mondo con così poche certezze a cui aggrapparsi - è fantastico. La loro formula si ripete in maniera riconoscibile e felicemente rassicurante volta dopo volta da ormai quindici anni. E cioè: un 60% di pezzi techno intensamente ferrosi e percussivi (sopra cui la voce atonale di Karl Hyde dice cose come stesse recitando il taccuino degli appunti di William Burroughs), alternati ad un 40% “pastorale” dove l’elettronica si piega fin quasi a sconfinare nello psichedelico. Quando va bene ci scappa pure il singolone generazionale (come fu nel 1995 “Born Slippy”,portata al successo dal film “Trainspotting”). Nei dischi dal 2002 in avanti la formula funziona forse più a rilento che in passato, ma la stranissima dimensione di umanità che gli Underworld riescono ad infondere alle macchine rimane uno dei misteri più affascinanti del pop contemporaneo.
fdl
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