Prince

Arriva un momento in cui anche i migliori smettono di avere un senso, a meno che uno non diventi Burt Bacharach, che è esattamente quello che è accaduto a Prince: un Burt Bacharach con la propensione al marketing di Lapo Elkan, capace di convincerti che il suo funketto un po’ moderno e un po’ retrò - per tacere delle ampie camicie sbottonate color porpora, suo segno distintivo sartoriale più o meno da sempre - siano il massimo dell’eleganza. C’è del genio nell’essere così ma al tempo stesso non essere diventato un pagliaccio, come c’è del genio nell’avere sempre vissuto in un proprio dorato isolamento ma nell’essere al tempo stesso quello che meglio ha capito dove sta andando, o non andando, il business del vendere dischi (l’ultimo “Planet Earth” in Inghilterra non è uscito nei negozi ma come allegato gratuito al quotidiano Mail On Sunday). I suoi pezzi migliori potranno ancora essere quelli vecchi - “Sign’O’The Times”, “Kiss”, “When Doves Cry” - ma i suoi concerti sono un’esperienza funk totalizzante come nessun’altra, al giorno d’oggi.
fdl
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Minneapolis
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