A mettersi attorno ad un tavolo con il compito di inventare da zero dei "nuovi Oasis" per il terzo Millennio il risultato non sarebbe stato perfetto come sono perfetti gli Arctic Monkeys. Perfetti già solo a guardarli: un fumetto, un manga misteriosamente uscito dalla pagina e diventato 3D. C’è Alex, voce e chitarra, il bello e riservato che però tiene d’occhio tutto; c’è Jamie, il chitarrista bello e ancora più taciturno di Alex. C’è Matt, il batterista, che nell’economia d’immagine del gruppo è quello "strano", quello che si massaggia nervosamente le nocche delle dita, che ride e parla un sacco. E poi c’è Andy, il bassista cicciottello, in apparenza pacioccone ma in realtà bastardo e hooligano (come conferma chi ci ha giocato insieme un’amichevole di calcio e si è ritrovato con un ginocchio semi-fratturato...). Hanno meno di vent’anni a testa, e nel giro di sei mesi sono passati dalla sala prove a casa loro, a Sheffield, alle 3.000 e più persone che cantavano in coro le loro canzoni all’Astoria di Londra, ottobre 2005, pochi giorni prima che il singolo “I Bet You Look Good On The Dancefloor“ entrasse direttamente alla numero uno della classifica inglese. Anche il loro secondo album, “Favourite Worst Nightmare”, uscito nell’aprile 2007, ha istantaneamente totalizzato un altro prevedibile numero uno nella classifica di vendita inglese, mentre nel 2009 con "Humbug" -complice la co-produzione di Josh Homme dei Queens Of The Stone Age- il loro suono comincia ad evolversi e indurirsi.

fdl, Giorgio Valletta


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